Appunti per progettisti

“Se progetti deliberatamente di essere meno di quello che sei capace di essere, allora ti avviso che sarai infelice per il resto della tua vita”

(Abraham Maslow)

 

Hai mai pensato di fare un progetto?

Ecco questo allora ti sarà utile!

Analizzando l’origine etimologica del termine PROGETTO, ci rendiamo conto di due cose: prima di tutto, la sua origine latina indica un “gettare avanti”: quindi viene sottolineato il fatto che un progetto deve essere proiettato nel futuro, ossia deve portare a un cambiamento. Il tuo progetto deve quindi essere unico e originale, non dovrà quindi essere una ripetizione di altri progetti. È come gettare un ponte tra una idea e la sua realizzazione. E l’idea è tua, particolare, adatta al tuo contesto.

In secondo luogo, la parola ha delle affinità con un’altra parola, PROBLEMA. Ma in che senso? Un progetto dovrebbe partire da un problema. Sempre. Un problema è ciò che si getta in mezzo, che si mette davanti. É un ostacolo che ci impedisce di raggiungere un obiettivo. Un problema però non è un “meteorite” che non ha alcuna soluzione e che rappresenta la maggior parte degli argomenti di cui si lamentano le persone.  Un problema si può risolvere, sempre. Ricordalo!

Un problema rappresenta un’esigenza di una determinata persona, in un preciso spazio e tempo. È il bisogno di un singolo, che ha le proprie passioni, i propri interessi e i propri desideri. Che non sono uguali a quelle che può avere chi progetta.

Ed ecco un altro suggerimento per chi vuole costruire un progetto: non fondarlo sulle tue passioni o sulle tue idee, ma pensa al destinatario dello stesso e ai suoi interessi. Se a Luca non piace disegnare, perché dovresti obbligarlo a farlo? Prende il pennarello e te lo tira contro. E poi lo definiresti “un ragazzo difficile”. Ma è così?

Bene ora potresti avere qualche idea da cui partire. Ma un’ ultima cosa ti vorrei consigliare.

Non fare un progetto ottimo: non serve a niente. Un progetto deve essere straordinario. Deve andare oltre l’ottimo e oltre l’ordinario. Non ti devi accontentare di creare un percorso “ottimo” ma devi diventare una Mucca Viola.

La Mucca Viola è qualcosa di fenomenale, inatteso, entusiasmante e assolutamente incredibile che è dentro ognuno di noi.

Sii mucca viola. Sii straordinario.

(Simone De Clementi, Federica Rossi)

"Purple Cow"

“Purple Cow”

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Le parole e le organizzazioni

Il Ben – essere va coltivato ovunque. Certo, riguarda la nostra vita privata. I nostri stili di vita. Il nostro tempo libero. Ma anche il nostro lavoro e i nostri luoghi di lavoro, di studio, di impegno. Stare bene mentre si lavora significa lavorare meglio, con migliori performance. Significa liberare la propria creatività e passione. E migliorare la propria salute. Semplice forse, ma non scontato: per l’oggi, per il futuro. L’avvenire è già qui. Inizia a Peschiera del Garda il 27 febbraio …

Fiera del benessere

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Un minuto … nel mondo dell’Alzheimer

Un minuto. Poco più di un minuto nel nostro navigare allegro, spesso distratto. Un video che dura questo tempo e che vi chiedo di guardare. E di meditare. La vita è questa. Molti insegnamenti passano più efficacemente da un video o da una esperienza piuttosto che da mille parole. Gradito lasciare un commento, un consiglio, una osservazione…una testimonianza. Grazie!!!

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La selva della formazione obbligatoria

“Non fronda verde, ma di color fosco;

non rami schietti, ma nodosi e n’volti;

non pomi v’eran, ma stecchi con tosco”

(Dante Alighieri)

“Papà non ho il casco, non possiamo andare in bicicletta oggi”. “Uhm, Fede, possiamo andare lo stesso con la regola di andare piano …” “No papà, io non ci vado. Non lo faccio per la regola ma perché se mi faccio male alla testa non ci potrò andare per tanto tempo poi … ”

(Simone De Clementi)

 

Un bosco esteso con folto sottobosco. È questa è la definizione di selva ma è anche, a ben vedere, la descrizione di una certa formazione: buia, confusa con una moltitudine di persone non bene identificate e poco qualificate. Facile perdersi, senza sapere nemmeno perché. Già, perché a volte si fa formazione? Difficile dirlo, soprattutto se l’impatto di ciò che viene esposto è vicino allo zero. Perché dire ciò?

Perché mi sembra giusto dunque sfatare i luoghi comuni. La formazione non è solo positiva, motivante, gratificante. Può essere anche l’esatto contrario e rivelarsi una perdita di tempo, un costo, un elemento capace di far scendere il morale anche ai Mirmidoni di Achille.  http://it.wikipedia.org/wiki/Mirmidoni.

È il caso ad esempio della cosiddetta “formazione obbligatoria”. Ora, già definire una formazione “obbligatoria” costituisce un ossimoro. Obbligare significa costringere, vincolare, impegnare, tutti termini molto lontani dall’idea di “formare”, far crescere, dar responsabilità.  L’obbligo lo da la legge e, credetemi, non è una gran motivazione. Aggiungiamoci poi che spesso nei luoghi di lavoro non si forniscono nemmeno le indicazioni essenziali: perché si fa? A che serve? Cosa ci piacerebbe sapere? Nella maggior parte dei casi, si assiste ad aule asettiche, standardizzate, che ricordano la selva dei suicidi dell’Inferno dantesco. Scarsa attenzione, scarsa attenzione al reale contesto di lavoro, metodologie didattiche inadeguate. Parte la lavatrice delle slide ed il gioco è fatto: chi dorme, chi gioca con lo  smartphone, i più creativi si fanno chiamare fuori dall’aula da un collega più fortunato e non “obbligato”. Gemiti e sospiri, lamenti, occhi fissi all’orologio.  Il docente, rassegnato, pensa al compenso: piccole soddisfazioni.

Non credo si tratti di una formula vincente. Bisognerebbe avere il coraggio di andare a sondare quanto questa formazione sia veramente utile, quanto incida nei comportamenti quotidiani, quanto aiuti i lavoratori e … le aziende, pubbliche o private che siano. Parlo dei corsi sulla sicurezza, ma non solo. E mi domando per esempio se davvero si è diffusa una reale cultura della sicurezza, capace di andare oltre la norma.

Non è poco. Si tratta di uno sguardo differente sul reale: da un lato vi è la sicurezza visibile (la norma guarda ai locali, agli impianti, eccetera), dall’altro vi è la sicurezza invisibile (la cultura della sicurezza apre lo sguardo sulla responsabilità e la consapevolezza degli attori coinvolti).

Per formare veramente allora bisogna motivare. Lavorare in situazione. Cogliere gli aspetti pedagogici del quotidiano. E cambiare stile. Molti dipendenti più che formati dovrebbero essere liberati. Si, liberati, dalle gabbie della burocrazia, della non meritocrazia, della routine.

Basta a questi schemi formativi, logori e inutili. Basta “obbligare”. Liberiamo l’intelligenza e la responsabilità dei lavoratori, liberiamo la fantasia.

Scegliendo questo rischio otterremo di più.

Simone De Clementi

 

"Alla ricerca della responsabilità" (foto di Elisabetta Arici)

“Alla ricerca della responsabilità”
(foto di Elisabetta Arici)

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Lettera a un OSS

“Non può esser nota nessuna malattia da cui sia colpito un uomo vivente: poiché ogni uomo vivente ha le sue particolarità e soffre sempre d’una infermità particolare e sua”

(Lev Tolstoj)


“Quando si capisce che non si ha più nulla da dare, è meglio andarsene, aver il coraggio di ricominciare. Perché è difficile? Perché nessuno può darti la certezza che ci riuscirai …”

(Simone De Clementi)

 

 Poche parole. Poche parole, non temere, ma spero chiare e portatrici di un po’ di luce. Innanzitutto tu non sei un OSS: fai l’OSS. Tu hai un nome, un volto, una storia. Ma tu non sei un ruolo, un lavoro. Oggi hai deciso di fare questa professione o soltanto di conseguire questo titolo. Perché lo hai fatto, lo sai solo tu. Passione, curiosità, necessità … Ma chissà che cosa ti riserverà il domani. Proprio come una persona che si affida a te. Non è anziana, disabile, dipendente, malata. Si trova in questa condizione. Ora. Ma lei è altro. È Giulia, Simone, Elisabetta, Pietro … capire questo vuol dire essere sulla giusta strada. Lo dico perché poi, quando ti troverai in una struttura, la mattina, all’ora del giro, spesso non ci penserai. O la sera, dopo che avrai assistito un anziano nella cena, stanco non ti ricorderai a quanto ti è stato detto nelle ore di “Etica e Deontologia” o in un altro corso di aggiornamento che ti abbia trasmesso nozioni.

La tua unica chance è quella di aver avuto la fortuna di trovare qualcuno che ti abbia proposto un “sapere incarnato”, vivo, sfidante; un sapere che passa non solo attraverso il cervello (i neuroni muoiono presto, si sa) ma un sapere capace di toccare il cuore, di raggiungere le emozioni. E che ti abbia sfidato a pensare, a vedere il mondo, a viverlo nella sua complessità.

Ciò che leggerai sui manuali e sulle slide passerà presto. Brutta cosa i manuali: devi imparare per superare un esame, in modo uniforme, standardizzato. Ti convinci che esista un linguaggio unico, quando la realtà ti porterà a scoprire la molteplicità dei saperi, la contaminazione. Non cascarci. Tu incontrerai cose e persone, malati, colleghi, strutture con il corpo, non solo con la mente. Pensaci. Pensaci ogni volta che il pensiero della routine ti turba, ti infastidisce.

Efficacia ed efficienza non sono gli unici obiettivi di lavoro, i criteri assoluti. Soprattutto per te che incontrerai dolore e gioia, speranza e disperazione, lutto e nascita. La vita. Allora pensa che un giorno, durante il corso, qualcuno ti disse che potevi essere tu il fattore di cambiamento. Anzi, dovevi esserlo. Un cambiamento nel fare, nell’approcciarsi all’altro, alla sofferenza. Al contesto di cura. Un cambiamento mite, ma luminoso, vivace. Un cambiamento che significa in fondo rivitalizzare spazi e oggetti, che esalta l’organizzazione perché è capace di andare oltre essa. Un cambiamento che può essere portato, testimoniato, solo da chi è disposto a cambiare se stesso.

Nel tuo lavoro ti renderai conto che nessun farmaco è più forte dello stesso operatore, e capirai che con la tua presenza e la tua influenza puoi infondere serenità e fiducia, aumentando il processo di guarigione o di miglioramento più di ogni trattamento.  Ricordati che le parole, le carezze, i sorrisi sono “cose”. Non usare la comunicazione a casaccio, perché non vi è differenza tra un farmaco sbagliato e una parola sbagliata. Ricorda che non esiste nessuna divisione tra corpo e mente, dunque ogni “cosa” che farai, che dirai riguarda la persona, incide su entrambi.

Ricorda di nutrire il tuo spirito: non puoi solo dare, ma devi ricevere. Il rischio è quello di diventare come una cisterna vuota. Se sarai svuotato, demotivato, vagherai per le stanze, per la struttura, vedrai problemi non opportunità; ti sentirai bloccato, non entusiasta e libero. Sopporterai casi, non incontrerai volti. Se arriverai a quel punto, smetti. Fai una pausa, per il bene tuo e degli altri. Vorresti essere assistito tu da qualcuno che non ha nulla da dare, che ti considera un peso e che non vede l’ora di andare a casa?

Ho già scritto molto. Troppo forse. Ma volevo dirti queste cose, che credo importanti. In fondo, potrei essere ancora più sintetico: ricordati di ascoltare e di ringraziare. Un comportamento rivoluzionario, se pensi che oggi siamo abituati a parlare e a lamentarci.

Simone De Clementi

(tratto da :    cronacheinattuali.wordpress.com )

"Alto e luminoso" (foto di Elisabetta Maria Arici)

“Alto e luminoso”
(foto di Elisabetta Maria Arici)

 

 

 

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FORMAZIONE POWER POINT

“La società di massa non vuole cultura, ma svago”
(Hannah Arendt)

“There are no slides, so you’ll just have to be content with me”

(Simone De Clementi)

 

 

Sono turbato. Ogni volta che faccio lezione e organizzo un corso, un convegno, arriva sempre qualcuno e mi fa la solita domanda: “ci fa avere le slide?” Annuisco, ormai rassegnato e provo a chiedere se interessa anche la bibliografia.

Disarmante la risposta: “Beh, si, eventualmente … ma non è importante, e metta pochi titoli … sa, non c’è tempo …”

Slide significa letteralmente “diapositiva”. Una immagine, veloce, per fissare concetti. In chi ascolta, certo. Ma soprattutto in chi deve esporre. Già, perché se siamo sinceri, le slide servono più a chi deve fare una lezione, una presentazione, non a chi ascolta. Sono dei pro memoria, dei post it concettuali che ci permettono di non perdere il filo logico, di scandire il nostro incontro.

Non sono, e non possono essere, fonte piena di conoscenza. La conoscenza, l’approfondimento, lo scambio stanno nello spazio/tempo d’aula, nell’incontro tra pensieri, esperienze, visioni del mondo. La slide è un mezzo. Può giusto servire per ripassare, per ricordare l’incontro in aula, magari per fissare nella memoria concetti ascoltati o appresi da un testo. Ma niente più.

Eppure oggi le slide imperano. Comandano lezioni universitarie, Master, convegni scientifici. Si fa a gara a chi stupisce di più, a chi usa la grafica più bizzarra, colorata e originale. Diciamoci la verità: ci stiamo concentrando sulla confezione, sul pacchetto. Il contenuto è spesso scontato, già sentito, addirittura poco chiaro o incoerente. E ci si giustifica sempre dicendo che è difficile concentrare un discorso in una slide. Troppo facile, troppo comoda la scusa. A volte accade anche l’irreparabile: oltre a non aver contenuti interessanti, chi parla non ha nemmeno un po’ di gusto, qualche minima nozione di grafica. E son dolori. Di slide forse si può non morire, ma certamente ci si può addormentare, tediare. A quanta violenza inutile sottoponiamo colleghi e studenti, lavoratori e manager.

Quale riflessione per chi educa, per chi fa formazione? Mi permetto di fare qualche osservazione. La prima: è pur vero che siamo nella società dell’immagine e che le slide, come filmati e fotografie, possono servire per chiarire, per fissare l’attenzione. Utile. A patto che esista un contenuto, che ci sia qualcosa da dire. In pratica la slide ci pone una sfida ulteriore, non ci semplifica la vita. La sfida è che dobbiamo trovare sempre qualcosa di nuovo, di innovativo, di inesplorato da portare all’attenzione. Non possiamo fare come per la raccolta differenziata: riciclare contenuti in contenitori diversi non è virtuoso. Meglio trovare forme differenti per proporre lo stesso contenuto, con varianti anche didattiche. Cambiare lo sfondo delle slide non significa però fare ciò.

Seconda osservazione. Non possiamo confondere le slide con un libro, con un video, con una dispensa, con una lezione. Per loro natura le slide semplificano. E il sapere, quello vero e critico, non quello appiccicaticcio, è complesso, intrecciato, problematico. La sfida che abbiamo di fronte è quella di insegnare un sapere critico, un metodo di lettura che sappia affrontare la complessità e la multidisciplinarietà prima dei singoli saperi, delle singole ricerche. Insomma, prima delle slide occorre insegnare a ricomporre il sapere, ad abitarlo, a sapere che oltre la slide c’è un oltre. Metaforicamente la slide è come la mappa di un territorio. Semplificata, in scala, senza dettagli, senza collegamenti, parziale. Il territorio è altro.

Terza osservazione. La contaminazione dei saperi deve portarci a migliorare sempre l’offerta, la qualità. Se slide devono essere, almeno applichiamoci, impariamo a farle. Possibilmente non seguendo i modelli standard, ma mettendoci il nostro stile, la nostra estetica, il nostro pensiero. Le nostre scelte di che cosa dire e che cosa non dire. E come. Impariamo quali sono gli elementi che visivamente disturbano, poi quelli che facilitano. Impariamo come lavora il nostro occhio, il nostro cervello. Quanto grande possiamo vedere. A che distanza. Come percepiamo i colori. Il tema della visione non è affatto scontato, né secondario.

Per concludere, vorrei invitare al coraggio. Coraggio di dire che le slide, pur belle, non sono l’essenziale. Coraggio di dire che per conoscere bisogna comunque applicarsi e, a volte, far fatica pur avendo a disposizione importanti supporti tecnologici.

Non confondiamo sostanza e accidente: Aristotele, in una slide, ce l’avrebbe insegnato …

 

(Simone De Clementi – tratto da  http://cronacheinattuali.wordpress.com/ )

 

"Prova a gettare un sasso" foto di Elisabetta Arici

“Prova a gettare un sasso” foto di Elisabetta Arici

 

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Tre passi per un progetto

“Alcuni uomini vedono le cose per quello che sono state e ne spiegano il perché. Io sogno cose che ancora devono venire e dico: Perché no?”

(Robert Kennedy)

I

Come si fa un buon progetto? Sia in campo aziendale che in quello dei servizi alla persona questa è una domanda d’obbligo.  Tralasciando le competenze necessarie, che sono d’obbligo, mi viene da dire che un buon progetto è figlio di tre fattori. Il primo fattore è la chiarezza di pensiero. Tale chiarezza testimonia da un lato un ordine mentale, che è stato capace di osservare “ciò che è più rilevante nel contesto”; dall’altro si traduce in una chiarezza di espressione, scritta e orale, che rappresenta il punto di forza di ogni progettualità: la capacità di essere comunicata.

Il secondo fattore è la filosofia. E, la filosofia non è niente più che la chiara organizzazione di alcuni principi in sequenza logica. Certo, bisogna averli questi principi, queste idee. E bisogna essere in grado di metterli in relazione e di organizzarli. Quali possono essere questi principi? Partiamo dal definire che cosa è per me la mia realtà di lavoro; quale ruolo hanno i lavoratori; quale gli utenti. Interroghiamoci su che cosa significa per noi lavorare con le persone, su che cosa è un gruppo. Domandiamoci perché progettiamo e per chi. E se desideriamo attraverso il progetto dare una testimonianza del nostro modo di vedere il mondo. Con queste domande, immediatamente, si spalanca un mondo davanti a noi. Basta saperlo vedere.

Il terzo fattore, infine, è dato dalla capacità di immaginare le cose in modo differente. Un po’ esploratori, un po’ visionari, si deve avere la capacità di vedere il mondo con occhi nuovi, diversi. Questo percorso porta per forza a una progettualità nuova, innovativa. Porta a provare a risolvere i problemi. Porta ad affrontare le difficoltà senza scoraggiarsi, immaginando strade nuove. In fondo porta a realizzare i progetti di cui c’è davvero bisogno …

Simone De Clementi

Il buon progetto (Elisabetta Arici)

Il buon progetto (Elisabetta Arici)

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Ripartiamo dagli ultimi

Mi lascio provocare, come credente ma soprattutto come laico, dalle vicende che in questi giorni hanno toccato il nostro paese.

L’elezione a cariche così diverse di 3 persone (i presidenti di camera e senato e il Papa) che arrivano da “luoghi di Frontiera“, come dice Fabietti, cioè ai margini di un mondo che noi viviamo quotidianamente. Queste tre figure, nelle loro particolari storie, sono accomunate dall’essere in contatto con gli ultimi, gli emarginati, le vittime di Mafia, i rifugiati, i poveri. Ed è proprio così che sapranno innovare la storia, a piccoli passi, ritrovando nella loro esperienza e nella loro posizione marginale le forze e le decisioni necessarie da prendere. Decisioni che oggi non possono più essere rivolte alla pancia piena del paese, ma alla pancia vuota, di chi ha fame e sete di giustizia e di vita, di chi lotta per arrivare a fine mese, di chi lotta contro le ingiustizie sociali che in un momento di crisi economica si acuiscono, allargando il divario fra ricchi e poveri.

DSCF7799E anche noi, nel sociale, nel welfare, nella formazione, dobbiamo ripartire da qui, da chi ha meno possibilità, non più con l’ottica paternalistica di chi devolve qualche euro in elemosina, ma “sporcandoci le mani” per far si che la nostra presenza, il nostro impegno, il nostro lavoro possa essere fattore di cambiamento per una società più giusta e più equa…

Sono luoghi comuni? Sono parole vuote? Qualcuno tempo fa mi ha accusato di essere un retore, un ipocrita. Vorrei solo dimostrare che quanto faccio-facciamo tutti i giorni, nel sociale e nel welfare, oggi non solo non è retorica, ma è uno dei pochi modi per uscire da l’impasse socio-economico in cui ci troviamo ora.

Pietro Resteghini.

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Homo Sapiens a Novara

E’ arrivata, finalmente… L’ho attesa con un pizzico di orgoglio, pensando al lavoro enorme che è stato fatto e in cui una microscopica parte c’entro anche io…

Quindi è con molta felicità che vi annuncio l’apertura della mostra “Homo Sapiens” (qui il sito, ma la trovate anche su Facebook e su Twitter) a Novara, presso il Complesso Monumentale del Broletto. E’ una mostra particolarmente interattiva e didattica, adatta a tutti i curiosi, non solo agli addetti ai lavori. Con il suo approccio multimediale inoltre rende particolarmente invitante la visita anche per i bambini più piccoli e per le scolaresche.

Ecco un piccolo video di introduzione alla Mostra.

 

Buona visita per chi vorrà fare questa bellissima esperienza!!!

Pietro Resteghini

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Festa dei Beni Comuni

Per chi vuole, c’è la possibilità di partecipare liberamente a questo evento di confronto nel mondo del Welfare…

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Pietro Resteghini.

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